Andrea De Pasquale

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Bologna e dintorni, novembre 2009


Bologna, 3 dicembre 2009

Cari amici,

eccomi al mio riassunto degli eventi politici di novembre, dedicato anche questo a 5 argomenti diversi che vi elenco come indice, in modo che possiate saltare quanto vi annoia e scorrere quanto eventualmente vi potesse interessare (sempre in attesa di riattivare il mio sito...).

1) CATTOLICI IN LIBERA USCITA DAL PDL, SENZA APPRODO NEL PD.
2) VERSO LE REGIONALI 2010. RASSEGNATI AL TRIS DI ERRANI.
3) CITTADINI IN CONSIGLIO, CONSIGLIERI A TEATRO.
4) CITTA' IN PIAZZA, POLITICA ALLA FINESTRA?
5) CAFFARRA E LE COPPIE DI FATTO. IL TORTO E LA RAGIONE.

Rammento a tutti quelli che ricevono questa Newsletter che per essere eliminati dal mio indirizzario basta chiedermelo con una mail.

1) CATTOLICI IN LIBERA USCITA DAL PDL, SENZA APPRODO NEL PD. 

Il caso Boffo e quel che ne ha seguito ha avuto il merito di scuotere dal torpore quella parte di mondo cattolico finora disposto a chiudere un occhio sui messaggi culturali e (dis)educativi del berlusconismo. Non si tratta di vicende private, ma di messaggi pubblici, che propongono una immagine di donna essenzialmente come oggetto di piacere, che pongono (in modo più o meno elegante, più o meno volgare) le qualità fisiche su un piano uguale o superiore alle capacità professionali e politiche, che premiano la disponibilità a utilizzare il proprio corpo come merce di scambio (anche solo visiva) con candidature parlamentari o incarichi ministeriali.

Finalmente quindi anche il mondo cattolico più moderato e tradizionalmente vicino al Pdl ha manifestato un dissenso rispetto a questo messaggio culturale, che diventa anche messaggio educativo, come dimostrano i blog in cui tante ragazzine odierne si chiedono se piuttosto che faticare nello studio per un lavoro improbabile e precario non sia meglio puntare su altre opportunità, insomma offrirsi a uomini ricchi e magari anziani, in modo da sistemare una volta per tutte la propria posizione economica, sacrificando l'aspetto sentimentale ma sfruttando la propria giovinezza finché in qualche modo è vendibile.

Una prospettiva questa che dovrebbe suscitare identica repulsione tanto nelle parrocchie che puntano a formare i giovani alle relazioni stabili e impegnate, quanto nel movimento femminile e femminista, che intendeva promuovere l'autodeterminazione della donna. E dare l'occasione per costruire un pilastro culturale comune nel centro sinistra, un pezzo delle fondamenta del PD.

Invece quello che si vede su questo tema (ma non solo) è una sinistra distratta e preda di un post femminismo anticlericale, per la quale il nemico è ancora quello antico, ovvero "la concezione patriarcale della famiglia", e così via. Col risultato di un doppio autogol. Il primo è che i voti cattolici in libera uscita dal PDL non trovano approdi nel PD: forse si accamperanno tra Casini e Rutelli, forse decideranno di non votare. Il secondo autogol è che si lascia ancora al solo mondo cattolico la bandiera di valori del tutto umani, laici, di buon senso, per poi lamentarsi di ingerenze e presenzialismo ecclesiale. Ma come prendersela con chi semplicemente riempie un vuoto?

Ne abbiamo avuto una prova lampante anche Bologna, a seguito del caso di una giovane donna, Cristina Tepuru, prostituita sulle nostre strade per campare la famiglia in Romania (dove aveva un figlio di 2 anni), che il mattino del 15 novembre è stata massacrata a coltellate da un cliente, un giovane bolognese. L'unica iniziativa pubblica (la fiaccolata lungo la strada dell'omicidio del 20 novembre) è stata presa da una associazione cattolica, l'Albero di Cirene, che aiuta le ragazze di strada ad uscire dal giro della prostituzione.

Perché ad esempio l'assessore comunale alle pari opportunità Simona Lembi, che dei diritti della donna e delle politiche di genere ha fatto una bandiera, non ha partecipato all'iniziativa? Capisco volesse evitare il rosario alla fine della fiaccolata: ma non c'era neanche all'inizio, né lei né altri esponenti della politica bolognese, che peraltro non hanno preso alcuna altra iniziativa (ma erano impegnati col Gender Bender).

D'altronde Repubblica Bologna di martedì 17 novembre 2009 aveva titolato così la notizia: ‘Ha ucciso per difendere la sua virilità'. In terza persona, senza virgolette. Quindi chi legge solo il titolo (e sono in tanti) avrà pensato: lei lo ha aggredito, lui si è difeso. Una colluttazione finita male. Purtroppo sappiamo che non è andata affatto così, e che quella virilità da difendere a costo di sventrare una giovane donna a coltellate altro non era che un orgasmo maschile mancato, o ritardato. Immagino che Repubblica abbia voluto fare un titolo, come si dice, "provocatorio". Beh, cari amici giornalisti, non sopravvalutate l'intelligenza dei lettori. Quel titolo era banalmente assolutorio per il maschio bolognese uccisore, e accusatorio verso la donna rumena uccisa. Pensateci, la prossima volta.

2) VERSO LE REGIONALI 2010. RASSEGNATI AL BIS DI ERRANI

L'assemblea del PD del 14 novembre al Boscolo Hotel, nella quale è stato acclamato Errani come candidato a succedere a sé stesso, andrebbe raccontata nei dettagli, indicativi di una evoluzione sempre più cortigiana di un partito che ormai vive di conservazione. Mancando tempo e spazio, mi limito a brevi pennellate. Bonaccini parla tre quarti d'ora, anzi legge, gli occhi sul foglio e non sulla platea, che infatti dopo 10 minuti non lo ascolta più, tanto che il brusio è imbarazzante. Poi Bastico (che almeno parla a braccio e guarda il pubblico), Casadei, e a seguire altri "big" (da Delbono a Errani) che saturano il tempo dalle 10.00 fino alle 14.00, in modo da estenuare la platea che infatti, dopo 4 ore di sermoni, preferisce chiudere e andare a casa (è sabato...) piuttosto che dare inizio al quel punto al dibattito, teoricamente previsto sul volantino di invito. Così, in puro stile Forza Italia, Errani viene ricandidato con un applauso.

Negli stessi giorni si è visto un iper attivismo del segretario regionale uscente, Caronna, che ha bollato come "cretino" il principio del ricambio dei vertici istituzionali previsto dallo statuto del PD, e nonostante le dichiarazioni di stima per il successore (Bonaccini) ha ritenuto di doversi molto spendere personalmente per far inghiottire al partito, soprattutto bolognese, il prolungamento da 11 a 16 anni del regno ravennate sulla Regione. E lo ha fatto puntando sul concetto di "stato di necessità".

Ovvero, un partito con decine di migliaia di iscritti, migliaia tra consiglieri e assessori, centinaia di dirigenti locali, non è stato in grado di esprimere, in 11 anni (da tanto dura la presidenza Errani), una alternativa spendibile. Oh, cari amici, cosa volete fare davanti ad uno stato di necessità, ad una così drammatica carenza di figure autorevoli da proporre in alternativa? Si fa di necessità virtù. Viva Errani! 

Se a Caronna ho risposto con una nota (ripresa dalle agenzie ma non dalla stampa), più difficile sarà rispondere a quell'elettorato più libero, cosiddetto "di opinione", legato al mondo produttivo ma non solo, che ha difficoltà a riconoscere nell'Errani ter un progetto politico, ma vi legge al contrario un ripiego dettato da ragioni di partito, cioè dal bisogno di non discutere assetti ed equilibri già fragili. Insomma una scelta di rassegnazione più che di prospettiva.

A confermare questa impressione ci ha pensato lo stesso Errani, quando nel presentare il Piano Regionale, a proposito di scelte strategiche e infrastrutturali, ha affermato che "bisognerà fare scelte". Il futuro è d'obbligo, perché in materia di fiere, aeroporti, centri logistici in 11 anni di presidenza di scelte ne abbiamo viste poche. Se non quella di provare ad accontentare tutti in nome del policentrismo e tirare avanti. Come dire: galleggiare è meglio che governare. Con buona pace della centralità di Bologna e della gerarchia dei territori: qui siamo per la marmellata strategica, ovvero un po' di tutto dappertutto. Poi ci meravigliamo se le manifestazioni fieristiche ci lasciano per Milano o Monaco, che sono evidenti "capitali" dei propri territori, la cui centralità è sostenuta da scelte coerenti in materia urbanistica, viabilistica, trasportistica, ecc.

3) CITTADINI IN CONSIGLIO, E CONSIGLIERI A TEATRO. 

Quasi 3 mesi ormai di presenza fissa in Consiglio Comunale (insieme ai ragazzi di "Cittadini in Consiglio": vedi www.cocobologna.blogspot.com) mi permettono di trarre alcune prime indicazioni.

La prima è che gli stessi consiglieri sembrano credere poco al proprio ruolo. Il consigliere eletto in teoria dovrebbe infatti esercitare una funzione di indirizzo e di controllo sulla Giunta. Ebbene, di fatto sulle delibere (gli atti della Giunta) il dibattito non esiste, e anche quando c'è stato in Commissione sembra il più delle volte limitarsi ad un contrasto di facciata tra gli attacchi dell'opposizione e la difesa monolitica da parte della maggioranza, o almeno del PD.

In cambio, per quanto appaiono poco coinvolti (o addirittura poco informati, come a proposito della vicenda del nuovo stadio) sul lavoro della giunta, i consiglieri sono estremamente prolifici in interventi di inizio seduta e soprattutto ordini del giorno. Che sono uno strumento ottimo per esprimere una propria idea, per dichiarare una propria posizione, senza che nulla di concreto ne segua, nulla di "amministrativo" ne derivi. Una specie di "tema libero" in cui rispecchiarsi, indirizzato ai propri elettori a mezzo stampa (quando la stampa se ne accorge), come una scritta sul muro per lasciare traccia di sé. Ma senza incidere sui meccanismi di governo effettivo della città.

Ecco alcuni tra gli esempi più recenti: il 16 novembre, ordini del giorno sul Civis (Bignami), sul Mercato delle Erbe (Marchesini), sull'Antoniano (Frascaroli), sul vaccino influenzale (Favia); il 23 novembre, sull'acqua (Lombardelli), sui beni della mafia (Mancuso), su Hera e la famiglia Cosentino (Favia); il 30 novembre sulla basilica di S. Stefano (Bernardini) e sui Vigili del Fuoco (Critelli). Per non parlare di quello sul cosiddetto testamento biologico (Lo Giudice).

Sfido chiunque a spiegarci in che modo siffatti documenti, presentati, discussi e votati, secondo i dettami della liturgia consiliare (celebrante fisso, sua eminenza Maurizio Cevenini), possa cambiare anche di poco il corso delle cose a Bologna. Non diversamente penso del Consiglio Straordinario sulla Crisi Economica, programmato proprio per domattina (venerdì 4).

Per farla breve, l'impressione da "cittadini consiglio" è che i consiglieri si sentano, o forse si accorgano di essere, più in un teatro che in un organo di indirizzo e controllo amministrativo. Ma avremo tempo di verificare nel tempo se questa tendenza si conferma o si inverte.

4) CITTA' IN PIAZZA, POLITICA ALLA FINESTRA? 

Una seconda indicazione tratta dalla presenza fissa al lunedì pomeriggio a Palazzo D'Accursio è che forse siamo davanti ad una forte perdita della capacità di rappresentanza della politica, anche locale, rispetto alle dinamiche sociali.

Lasciando per un attimo da parte il mio cavallo di battaglia storico, ovvero la scarsa rappresentanza nella sinistra locale (che però a Bologna vuol dire nelle istituzioni) di artigiani, professionisti, commercianti, ecc., ma anche di pubblici dipendenti assetati di meritocrazia e stanchi di raccomandazioni, il fenomeno che mi pare di registrare è quello di una perdita di contatto con la società reale che inizia a evidenziarsi anche nel linguaggio, nelle parole. Vi faccio un esempio.

A novembre, su 4 consigli 3 sono stati interrotti da manifestanti saliti con striscioni e cartelli dalla piazza. Gli ultimi erano lavoratori delle RdB (rappresentanze di base) alle prese con licenziamenti, prima di loro il Centro Sociale Lazzaretto, alle prese con uno sgombero, prima un gruppo di famiglie sfrattate per morosità. L'episodio che riferisco è accaduto con queste ultime, e si è svolto così.

Quando le circa 30 persone entrate nello spazio riservato al pubblico (lo stesso in cui stiamo noi "Cittadini in Consiglio") hanno cominciato a gridare ed esporre cartelli, il consiglio, che stava trattando di un tema di importanza cruciale, ovvero dell'allargamento della commissione delle Elette da 18 a 27, con relativo gettone, è stato sospeso, e alcuni consiglieri si sono avvicinati ai manifestanti per parlare con loro. Dopo che alcune madri avevano con veemenza espresso la loro preoccupazione per non avere un tetto dove portare i bambini la notte (pare fossero state sfrattate quello stesso mattino), e la giunta aveva offerto loro di incontrarsi per valutare soluzioni, un autorevole esponente del PD, volendo sottolineare il successo della loro iniziativa e al tempo stesso indurli ad abbandonare l'aula consentendo al Consiglio di riprendere i lavori, dice a una madre con bimbo nel passeggino: "Potete essere contenti di avere aperto una interlocuzione con le istituzioni". La donna ha risposto: "Che ci faccio con la tua interlocuzione? Ci posso far dormire il bambino stasera?"

Mi rendo conto che questi che salgono in Consiglio sono gruppi minoritari, probabilmente ideologizzati, e tutto quanto si vuole. Mi colpisce però che l'impatto di queste "punte avanzate di disagio" con il personale politico produce reazioni del tutto simili a quelli che raccolgo nel mio mondo, delle piccole imprese, delle partite iva, ecc. La cosa può essere liquidata come effetto di qualunquismo dilagante: è la lettura rassicurante che ne danno i partiti, PD in testa. Ma potrebbe essere invece anche il segno premonitore di un qualcosa di diverso, che ha a che fare con lo scollamento ormai poco tollerabile tra politica e vita sociale.

5) CAFFARRA E LE COPPIE DI FATTO. IL TORTO E LA RAGIONE. 

Conoscete certamente il fatto (la lettera "inusuale" rivolta pubblicamente dal cardinale Caffarra al presidente Errani sul tema delle coppie di fatto). Vado quindi direttamente a dirvi come la penso.

Non avrei scritto - né avrei voluto leggere dalla penna di un vescovo - l'ultima frase: "Dio vi giudicherà, anche chi non crede alla sua esistenza". Una frase fuori luogo non solo per il tono di minaccia, ma soprattutto perché manca il bersaglio e sposta la questione su un piano indebito. Chi non crede difficilmente cambia orientamento per il rischio di conseguenze da parte di qualcuno che pensa non esista. Io almeno non mi metterei in discussione se qualcuno mi facesse notare che le Moire o il Fato potrebbero punirmi: le ritengo invenzioni umane, volete che mi preoccupi? Sinceramente, caro Cardinale, il ricorso a Dio come argomento estremo e inappellabile finisce per indebolire un ragionamento che invece, con buona pace dei benpensanti, fila e fila assai, qui sulla terra, senza scomodare il cielo.

Il Cardinale ha infatti ragione su un piano totalmente laico e giuridico. Dire come fa il comma 3 dell'art. 42 del Progetto di legge di iniziativa della Giunta Regionale che "i diritti generati dalla legislazione regionale nell'accesso ai servizi, alle azioni, agli interventi si applicano ai singoli individui, alle famiglie, e alle forme di convivenza" è un po' come dire che firmare o non firmare un contratto è uguale. O che iscriversi o meno a un partito è indifferente. In sostanza, che la libera scelta dell'individuo è irrilevante, perché è "lo stato di fatto" che conta, o peggio, il "sentimento" che il legislatore "desume" dallo stato di fatto.

Questo è il punto: l'irrilevanza della volontà personale che è contenuta in questa idea di "estensione dei diritti", che porta all'opposto della responsabilità personale. Se sposarsi o meno (civilmente, mi raccomando...) non fa differenza, allora questo vale anche per l'appartenenza ad una associazione, per la firma di un contratto di lavoro, per l'accettazione di un incarico pubblico, insomma per qualsiasi vincolo e impegno.

Perché discriminare tra chi sottoscrive un obbligo e chi preferisce non farlo? Perché trattare diversamente chi si assume una responsabilità e chi vi si sottrae? Trattiamoli allo stesso modo, sulla base della "situazione di fatto". Quindi un crocchio fuori da un bar avrà gli stessi diritti degli iscritti alla bocciofila. Idem per gli aderenti o meno a un partito. Non parliamo del contratto di società: totalmente inutile, basta il fatto di far qualcosa insieme. Perché poi affannarsi per lavorare con regolare contratto e non in nero? Non basta il "sentimento" del datore di lavoro, che vuol bene a tutti, assunti e precari? Che fine fanno in questa prospettiva la famosa "coesione sociale", il famoso "senso di comunità", concetti cari alla sinistra benpensante, che si basano ahimè su un patto associativo, sull'assunzione di responsabilità verso gli altri?

Alcuni fanno un'obiezione: "Non si possono paragonare contratti e affetti". Ma la legge deve necessariamente occuparsi di contratti, e non di affetti. Fanno sorridere quanti a sinistra (come Donata Lenzi, che tra l'altro dimentica che i figli naturali sono già parificati a quelli legittimi) parlano come se la legge dovesse inseguire le "comunità di affetti". A mia memoria, dal Diritto Romano in avanti non ricordo un caso in cui una norma si occupi di affetti, inclinazioni,amori, simpatie. Qualsiasi norma, in qualunque ordinamento, si può occupare solo di patti, cioè di espressioni di volontà, come la matematica si occupa di numeri, e non di aggettivi. Una legge che tentasse di applicarsi a disposizioni dell'animo (desunte o meno da situazioni di fatto!) sarebbe insulsa o pericolosa. Perché incarnerebbe il massimo paternalismo di stato, ovvero l'attribuzione di conseguenze giuridiche a prescindere da un atto della volontà.

E qui mi fanno sorridere anche quanti (come Sofia Ventura sul Corriere di Bologna) crede che nella bozza Errani si affermi un diritto dell'individuo. Il pensiero liberale quando dice individuo pensa ad una persona libera di scegliere, che risponde delle proprie scelte e ne accetta le conseguenze. Qui siamo agli antipodi: un individuo sceglie una cosa (la libera unione, o nessuna unione), e lo stato (la Regione) gli attribuisce le conseguenze giuridiche di una scelta diversa (il matrimonio), che lui non ha fatto. O meglio, che non ha voluto fare (se non avesse potuto, il discorso sarebbe diverso). Dove sta la libertà e la responsabilità che sono alla base di una concezione liberale e individualista della società?

Purtroppo, a parte Davide Rondoni, non ho visto altri (su Repubblica, Carlino, sul Corriere stesso) ragionare su questo aspetto, che è quello centrale nella questione. Una questione che vorrei affrontata, con buona pace del cardinale, con approccio laico, anzi storico-materialista, senza sconfinamenti ultraterreni, che finiscono per dare ragione a chi sostiene che difendiamo il matrimonio "in nome di Dio", e così facendo si esenta dal ragionare sugli aspetti giuridici e sociali del problema col solo fatto di dichiararsi ateo.

Personalmente sarei disponibile a un confronto pubblico su questi temi: chissà se il PD avesse una volta tanto un po' di coraggio...

Mi scuso per la lunghezza, grazie a chi ha voluto leggermi fin qui e alla prossima.

Andrea De Pasquale
www.andreadepasquale.it

 

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