Andrea De Pasquale

Home > Come la penso su... > Costi della politica: stipendi dei manager pubblici

Costi della politica: stipendi dei manager pubblici

La mia nota diffusa alla stampa il 14 dicembre 2007 a seguito delle ripetute critiche di diversi amministratori comunali (tra cui il sindaco Cofferati e l'assessore Bottoni) al tetto fissato dalla Finanziaria per la retribuzione dei manager pubblici (corrispondente al 90% dello stipendio del sindaco o del presidente dell'ente pubblico con quota maggioritaria nella società partecipata)

Stipendi dei manager pubblici: il mercato e la motivazione


Il dibattito sorto in città intorno al fatto se sia un bene o un male porre un tetto alla retribuzione dei manager pubblici è utile, e desidero contribuirvi con due osservazioni, tratte da un raffronto tra la mia esperienza amministrativa e quella professionale.

La prima. Varie voci hanno fatto osservare che il costo degli alti dirigenti di enti o società pubbliche sono da valutarsi non in assoluto, ma in rapporto ai risultati conseguiti. Principio giusto, ma quasi mai praticato nei fatti. Non mi risulta infatti che gli stipendi dei manager pubblici (da Alitalia alle partecipate comunali) siano composti da parti variabili realmente vincolate ad obiettivi e risultati. Né che a fronte a bilanci negativi tali manager abbiano sopportato conseguenze di tasca propria. Se ci si appella a logiche di mercato, bisogna poi applicarle per intero: non solo nella retribuzione, ma anche nell’assunzione dei rischi e della responsabilità sul risultato. Altrimenti, non si vede come la mera assenza di un tetto retributivo possa garantirci contro il rischio di “ex assessori e politici bolliti”.

La seconda. L’argomento più usato contro il “tetto” agli stipendi pubblici (anche da parte di amministratori di cultura marxista) è quello della “competitività” delle pubbliche amministrazioni rispetto alle aziende private, alle quali contendere a suon di offerte economiche le migliori professionalità. Se da un lato apprezzo il realismo sotteso a tale ragionamento, dall’altro ritengo che possano e debbano esistere motivazioni ulteriori al puro ritorno economico nella scelta di assumere un impegno dirigenziale in ambito pubblico. Una scelta insomma per cui non guasta “anche un po’ di vocazione(*)”, soprattutto se il professionista che accetta per alcuni anni di applicare le sue competenze in ambito pubblico proviene da un trattamento economico di tutto rispetto, e sa di potervi tornare, con un curriculum arricchito dall’esperienza pubblica, per quanto meno retribuita rispetto al privato.

Non credo quindi che la rincorsa agli stipendi d’oro sia la strada maestra per selezionare una classe dirigente pubblica competente e motivata.

Andrea De Pasquale

(*) “La città vecchia”, Fabrizio De Andrè.

 

Per contattarmi: scrivi@andreadepasquale.it - Per ricevere il mio rendiconto mensile: aggiornamenti@andreadepasquale.it
Home Home