Andrea De Pasquale

Home > Come la penso su... > Lettera ai vertici del PD sulla ricandidatura di Cofferati

Lettera ai vertici del PD sulla ricandidatura di Cofferati

9 maggio 2008

Ai coordinatori Salvatore Caronna,
                    Andrea De Maria,
                    Maurizio Degli Esposti.
 
Ai capigruppo  Claudio Merighi
                    Gabriele Zaniboni 

e per conoscenza a:
 
Giacomo Venturi,
Raffaele Donini,
Virginio Merola,
Massimo Gnudi,
Roberto Marega,er
Maurizio Cevenini.

                                                       Bologna, 9 maggio 2008

Carissimi,

scrivo a voi (in primis ai massimi esponenti del partito sul territorio, e poi ad alcuni compagni di lavoro politico ai quali mi legano stima e cordialità) per un dovere di franchezza, che mi spinge a farvi partecipi di alcune mie percezioni - e preoccupazioni - in ordine al momento politico bolognese, e in particolare su due punti: la candidatura a sindaco di Bologna e all'assetto delle alleanze politiche. Parto dal primo.
 
La ricandidatura di Sergio Cofferati non va esente di per sè da elementi critici, chiaramente percepibili anche nella pancia del nostro partito, per motivi che non è il caso qui di analizzare, ma che riassumo in 3 capitoli: una evidente propensione (con relativa presenza mediatica) ad applicarsi a vicende nazionali (di cui il PD del nord è stata solo l'ultima puntata), con l'effetto di apparire distante da quelle locali; un diffuso sentimento di delusione e abbandono seguito alle promesse di ascolto e partecipazione fatte da candidato e non mantenute una volta eletto (le nicchie di consenso in tal modo compromesse, per quanto piccole, sono numerose); e infine un dato psicologico e caratteriale che non aiuta a creare intorno all'uomo simpatia e fiducia.
 
Se a questo andiamo ad aggiungere un percorso di ricandidatura che si annuncia blindato, con un'assemblea (quella del 24) invitata semplicemente ad acclamare "Cofferati santo subito", con contestuale azione dissuasiva rispetto a chiunque intenda dissentire pubblicamente, allora il distacco tra la strategia del mio partito e la sensibilità diffusa (nel partito, ma ancora di più nella città, quella che tra un anno dovrà esprimersi nelle urne) mi appare ancora più allarmante.

Proviamo a leggere con occhio laico la serie storica dei passaggi del PD bolognese che va dall'entusiasmo del 14 ottobre a oggi. Da Caronna a De Maria, da Degli Esposti alle liste per le politiche, il filo comune è l'assenza di un dibattito - e di un confronto - aperto, franco, autenticamente politico su nomi, strategie, assetti. Tutto puntualmente gestito, tutto scientificamente costruito per evitare la competizione interna, per stornare il rischio di spaccature. Ma la perfezione procedurale e la maestria congressuale con cui si è finora proceduto per voti (quasi) unanimi, se da un lato rassicura rispetto alla capacità interna di governo del partito, dall'altro non può non preoccupare: perché se le perplessità, i dubbi, il possibile dissenso non hanno possibilità di esprimersi nei luoghi e nei tempi giusti, ovvero prima che siano prese le decisioni, in modo da influenzarle in qualche modo, finiranno per esprimersi nel luogo e nel momento peggiore: quello del voto. E se questo è vero nel partito, quanto più lo sarà per la città!

In sintesi, mi preoccupa il fatto che i tanti dubbi che sento intorno a me (sul lavoro, nei negozi, fin nei circoli del PD) sulla ricandidatura di Cofferati non trovino il minimo spazio, il minimo eco nei momenti istituzionali del partito: non se ne parla, non se ne deve parlare, non se ne può parlare, come di un destino, di un fato, di una condanna. Siamo sicuri che questo ci giovi? Non sarebbe meglio aprire oggi la discussione, anziché zittirla e tombarla? Non sarebbe meglio, anche per Cofferati, un percorso aperto, che lo porti a un "bagno di umiltà", ovvero a un confronto interno al partito (con delle primarie vere) dal quale possa uscire nuovamente legittimato, in quanto disponibile a farsi carico anche delle proposte e delle idee di chi gli ha corso contro?

Il secondo argomento è quello delle alleanze. Per chiarezza: sono personalmente grato a Veltroni di avere avuto il coraggio di andare da soli, e nello scontro di questi anni tra Cofferati e la sinistra radicale sto decisamente, nel merito, con il sindaco. Però... però "est modus in rebus". Una cosa è rompere su provvedimenti amministrativi concreti e chiari, in nome della fedeltà alle "cose da fare", altra cosa è diventare predicatori del verbo della vocazione maggioritaria - declinato come istinto di autosufficienza - "a prescindere", come valore assoluto, come modello da esportare.

Anche perché, laddove  questa propensione solitaria è stata messa in pratica - in Comune - non si è di fatto avvertito uno scatto di efficienza. Le giunte e le maggioranze "liberate" dalle posizioni radicali e dalle estenuanti mediazioni a cui le costringeva l'alleanza allargata, non si sono distinte né per rapidità, né per efficacia dell'azione di governo rispetto alle altre. E l'insistere su diatribe tutte interne alla politica politicante, come quelle sui perimetri delle alleanze, sull'andar da soli o accompagnati, e così via, dà ai cittadini la brutta impressione che si preferisca  parlare d'altro rispetto ai temi amministrativi, ai problemi di Bologna e dei bolognesi.

Non dico che in Comune si potesse evitare la rottura: dico che è sbagliato predicarla come ricetta da estendere a tutte le amministrazioni. E che il farlo ci riporta al problema di cui sopra: l'impressione che il partito subisca una volontà fatale, una sorte irrimediabile, senza libertà di pensiero e di parola sull'argomento.

E siamo al punto nodale di tutta la mia preoccupazione: quello del rapporto tra libertà ed efficacia. Sono convinto che fare politica significhi primariamente esercitare l'arte della persuasione nella libertà. Ovvero governare, e quindi dare efficacia alla propria azione, puntando consenso come libero convincimento delle persone, negli organi di partito come tra i cittadini, facendosi forti non di un potere di ricatto o condizionamento, ma di idee e proposte buone di per sé, da sottoporre al libero confronto e al libero giudizio.

Quello che invece vedo accadere, ed auspicare, tra i vertici del partito, è evitare in tutti i modi, a tutti i costi, il libero confronto di idee, di proposte, di strategie, e il tentativo di governare la complessità con metodo gerarchico, disciplinare, (se mi passate il termine direi: clericale), evitando le occasioni di pubblico dibattito, scoraggiando la discussione, predeterminando ogni esito a tavolino (per poi costruirci intorno un consenso posticcio).

Cari amici, questo metodo mi preoccupa molto, perché può anche funzionare di qui alle amministrative, ma credo fallisca miseramente proprio nella conta elettorale, in primo luogo per estenuazione e demotivazione dei nostri iscritti, e quindi per mancato aggancio e trascinamento del consenso degli elettori. Nessuno di noi, e di voi, vuole espressamente questo: ne sono convinto. Ma di fatto in questa situazione rischiamo di trovarci, nessuno colpevole ma tutti responsabili. Proviamo a uscirne, con ponderazione ma anche con coraggio, di qui al 24 maggio.

Naturalmente, sarei felice che qualcuno provasse a convincermi che queste mie preoccupazioni sono infondate: sinora non ho trovato nessuno, ma vi sarei molto grato se qualcuno di voi volesse mostrarmi un punto di vista diverso delle cose. Un caro saluto, e auguri di buon fine settimana.

Andrea De Pasquale
membro dell'assemblea provinciale del PD
consigliere provinciale
www.andreadepasquale.it
Per contattarmi: scrivi@andreadepasquale.it - Per ricevere il mio rendiconto mensile: aggiornamenti@andreadepasquale.it
Home Home